venerdì 8 luglio 2022

Benedici noi



Benedici noi



Benedici noi, buon Dio
e tutto ciò che prenderemo in mano oggi.

Benedici il nostro studio e il nostro lavoro, perché riescano, e siano una benedizione anche per gli altri.

Benedici i nostri pensieri, perché oggi possiamo pensare bene degli altri.

Benedici le nostre parole, perché risveglino la vita.

Benedici la nostra vita, perché possa realizzare sempre più, l'immagine unica che ti sei fatto di noi.

Benedici noi, perché con tutto ciò che siamo, possiamo diventare sempre più fonte di benedizione per quelli che incontriamo.

Fa' che crediamo che sono tutti benedetti da te, così li guarderemo con altri occhi e riconosceremo la benedizione che ci viene incontro in ogni persona.

Benedici tutte le persone che portiamo nel cuore, Tu, Dio buono e misericordioso,

Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen



 P. Anselm Grün (adattamento)

giovedì 7 luglio 2022



Benedizione di Romena

Possa la via crescere con te
possa il vento essere alle tue spalle
possa il sole scaldare il tuo viso
possa Dio tenerti nel palmo della Sua mano.

Prenditi tempo per amare,
perché questo è il privilegio che Dio ti dà.

Prenditi tempo per essere amabile,
perché questo è il cammino della felicità.

Prenditi tempo per ridere,
perché il sorriso è la musica dell’anima.

Prenditi tempo per amare con tenerezza,
perché la vita è troppo corta per essere egoisti.

La benedizione di Romena nasce dall’unione di una preghiera irlandese con una uruguayana

lunedì 6 giugno 2022

 


Ficus sycomorus

Testo: da internet

Il sicomoro (Ficus sycomorus L., 1753) è una specie arborea, diffusa in Africa e Medio Oriente, della famiglia delle Moracee.

Sistematica –
Dal punto di vista sistematico appartiene al Dominio Eukaryota, Regno Plantae, Divisione Magnoliophyta, Classe Magnoliopsida, Sottoclasse Hamamelidae, Ordine Urticales, Famiglia Moraceae e quindi al Genere Ficus ed alla Specie F. sycomorus.

Etimologia –
Il termine Ficus proviene dal nome del latino classico del fico, genere già noto allora e di probabile derivazione dall’ebraico. L’epiteto specifico sycomorus proviene dall’unione dei termini greci σ
ύκη sýce, fico (pianta) e μόρεα mórea, gelso.

Distribuzione Geografica ed Habitat –
Il Ficus sycomorus è una specie arborea che cresce spontanea nel sud della penisola Arabica, in alcune regioni dell’Africa, dal Senegal al Sudafrica ed in alcuni areali del Madagascar. Viene coltivato da epoche remote in Egitto, Israele e Siria. L’areale di distribuzione del sicomoro ci dà lo spunto per una interessante riflessione: sono molte le specie che hanno una distribuzione geografica divisa in due settori, una a nord del Sahara, e l’altra a sud. I due areali sono derivati, quasi sicuramente, da un’unica zona originaria; un tempo l’areale era omogeneo (e non era un deserto), e la popolazione del sicomoro costituiva un tutto unico, che si estendeva dall’Africa subequatoriale alle sponde del Mediterraneo. L’attuale areale (disgiunto) deriva dall’antico ma inarrestabile processo di desertificazione che coinvolge il Nordafrica, e che, in questo caso, ha spezzato la continuità di diffusione di questa specie.

Descrizione –
Il Ficus sycomorus è un albero di grandi dimensioni che può crescere fino 20 metri di altezza e con un diametro di 6 metri di larghezza; è caratterizzato da una chioma ampia e tondeggiante e con una corteccia che va dal verde-giallo all’arancione. Le foglie sono ovali con apice arrotondato, di dimensioni medie di 14 cm di lunghezza per 10 cm di larghezza disposte a spirale intorno ai rami. Il frutto è un siconio con all’interno racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; attraverso una piccola apertura apicale, detta ostiolo, avviene l’entrata degli imenotteri pronubi; i veri frutti, che si sviluppano all’interno dell’infiorescenza, sono dei piccoli acheni.



Coltivazione –
Il sicomoro è una pianta che non sopporta gli inverni troppo rigidi, durante i quali può perdere i rami più giovani; teme anche le gelate e le brinate improvvise primaverili: vegeta al meglio nella zona mediterranea e non dovrebbe mai superare i 600 m d’altitudine. Ama sempre le esposizioni soleggiate, anche al Sud. È una pianta che cresce su qualsiasi tipo di terreno (purché non bagnato e con ristagni) e può crescere su scarpate e terrapieni, perché non è esigente per quantità di sostanze nutritive. Preferisce comunque terreni calcarei, sciolti, anche sabbiosi, permeabile, sassosi ed aridi.
Il sicomoro, a differenza delle diverse specie di Ficus, che hanno in genere un rapporto strettamente specie-specifico con i loro impollinatori, che sono tutti imenotteri della famiglia Agaonidae, rappresenta una eccezione, in quanto può essere impollinato da due differenti agaonidi: Ceratosolen arabicus e Ceratosolen galili.



Usi e Tradizioni –
Il legno di sicomoro è tenero, poroso e molto resistente, per queste sue doti era utilizzato dagli antichi egizi per realizzare sarcofagi come quelli ritrovati in tombe risalenti ad oltre 3.000 anni fa. C’è anche chi dice che sia un antidoto contro il morso dei serpenti, ma questo è più che altro un modo per incentivare la vendita, da parte dei venditori del suk di Khartoum, che di fatto tendono a truffare l’ignaro acquirente.
Gli Egizi consideravano il sicomoro un albero sacro dedicato ad Hathor, una divinità antichissima della mitologia egiziana, dea dell’amore e della gioia che al tramonto mangiava il sole (Horus identificato come dio-sole) per restituirgli la vita poche ore dopo, all’alba. La dea Hathor era considerata “Signora del sicomoro del sud” e come tale veniva solennemente venerata a Dendera dove aveva sede un importante tempio a lei dedicato con una storia di misteri archeologici ancora tutta da decifrare.
Nel Libro di Amos (Regno di Giuda attorno al 775-750 a.C.), il profeta omonimo asserisce di essere stato, prima di dedicarsi alla missione profetica, “un pastore e raccoglitore di sicomori”; il che testimonia che in quell’epoca l’albero era già presente in Palestina e utilizzato dall’uomo.
Nelle Sacre scritture si parla di un sicomoro quando in occasione dell’arrivo di Gesù a Gerico un ricco possidente del luogo di nome Zaccheo, essendo di bassa statura si arrampicò su una pianta di sicomoro per vedere Gesù al suo passaggio. Dal Vangelo di Luca (Lc 19, 1-10) si legge “… Allora corse avanti e, per poterlo vedere, si arrampicò sopra un sicomoro, perché Gesù doveva passare di là. Gesù, arrivando a quel punto, alzò gli occhi e gli disse: “Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua …”
Inoltre, secondo una leggenda riferita al Nuovo Testamento, Giuda Iscariota si impiccò a un albero di sicomoro.
Da una lettera di Orazio Antinori al fratello Raffaele, da Lét (Lit) Merefià, nel 1879, si legge: “… Né manca alla decorazione, fuori, sulla sinistra del nostro recinto, un gigantesco sicomoro di 10 metri di circonferenza, 40 d’altezza, il quale colla sua verdura difende dal sole nelle ore calde, e coi suoi rami tronchi, elevati, brulli di foglie per antico tempo, fornisce un prezioso materiale alle mie collezioni, negli uccelli, specialmente rapaci, che in que’ tronconi vanno a posarsi. …”.

Modalità di Preparazione –
Come per il fico, anche i frutti del sicomoro possono essere mangiati freschi, cotti, oppure fatti seccare per conservarli. Da questo frutto si può ricavare una bevanda alcolica, come si usava in antico Egitto; oggi però, in molte zone di origine, per via della legge coranica, questa bevanda non viene più prodotta.
Il sicomoro è anche una pianta medicinale: in questo caso si usa soprattutto il latice, indicato ad esempio per la scrofolosi, e per uso interno contro i vermi, la dissenteria ed alcune malattie respiratorie.

Guido Bissanti

Fonti
– Wikipedia, l’enciclopedia libera.
– Treben M., 2000. La Salute dalla Farmacia del Signore, Consigli ed esperienze con le erbe medicinali, Ennsthaler Editore
– Pignatti S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna.
– Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005.
An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, non rappresentano in alcun modo prescrizione di tipo medico; si declina pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.


mercoledì 25 maggio 2022





















 “Moschea naviga con le sue mercanzie per tutto il mondo e lei sola va a trovare l’altro emisfero… Dappertutto porta i suoi remi, dappertutto ammucchia roba e soltanto lei mena dappertutto la spada… non c’è condottiero che si metta a mangiare, né principe, né re, né infine pontefice, che a tavola non l’abbia come compagna”. La guerra. 

Teofilo Folengo, Moscheide. 

L’orrenda guerra tra le mosche e le formiche l’aspetto ridicolo della guerra, in una narrazione di 500 anni fa.

Quando gli animali imitano il comportamento dell’uomo: ma non riescono ad essere altrettanto bestie, non rimane che riderci sopra.

Un gradito omaggio del prof. Otello Fabris (https://www.teofilofolengo.org/)

venerdì 6 maggio 2022

 



Biografia del Maestro iconografo prof. Giovanni Mezzalira

 

 

 

Giovanni Mezzalira, nato a Milano nel 1949, vive e lavora a Bressanvido (VI). Dopo aver esercitato la professione di architetto, dal 1984 si dedica completamente all’arte sacra dell’icona. In questi anni ha realizzato molte opere destinate al culto in chiese, monasteri e cappelle private.

Tiene corsi di iconografia teorica e pratica da molti anni, in particolare presso la scuola di Iconografia San Luca a Padova e presso la scuola di Iconografia dell’Abbazia di Maguzzano.

Tiene frequenti contatti con altre esperienze di iconografia contemporanee in particolare con maestri iconografi russi cercando in tal modo di collaborare alla creazione di una sensibilità verso quella particolare arte sacra che l’Oriente Cristiano ha felicemente conservato nei suoi fondamenti teologici.

mercoledì 23 marzo 2022

 



UNA CHIESA CHE TORNA A CASA

1.       La casa è il luogo in cui è più facile abbracciarsi. La casa custodisce il numero dei nostri abbracci e ce li restituisce in aria respirabile, in leg­gerezza, in salute. 

2.      Se ci pensiamo bene… i gesti dell’eucaristia sono gesti che profumano di casa: ritrovarsi insieme, accoglienza, perdono, ascolto, parola condivisa, pane condiviso, celebrazione del grazie: pensiamo a quante volte in casa nostra ci diciamo “grazie”: eucaristia è dire grazie e fare grazia. Casa che non rimane chiusa in se stessa: casa ospitale. Casa dal tetto scoperchiato, verso l’alto, verso l’altro.

3.      Il Vangelo, non può restare alle periferie della nostra esistenza, non può restare fuori; vuole entrare dentro. Gesù è l’amante e che vuole entrare nella casa dell’amata: “Ecco sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce mi apre la porta, io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3:20).

4.      Per riscoprire la sua natura più autentica e per ritrovare la sua missione, la chiesa deve in qualche modo ritornare a casa; la chiesa in questo momento ho bisogno di tornare a casa proprio per ritrovare se stessa per ritrovare il modo efficace di diffondere l’amore e di costruire quelle relazioni che tessono la comunione… e non semplicemente di moltiplicare iniziative e di creare organizzazione.

5.      La casa è anche il luogo in cui le persone vivono il prendersi cura: significa che la comunità cristiana intesa come “casa comune”  ha bisogno di “abitanti”, di persone che la amino e la vogliano mantenere bella e vivibile, consegnandola  alle generazioni future. È necessaria una conversione: dai molti servizi di Marta… al prendersi cura di Maria.

mp

giovedì 17 marzo 2022

 


UNA ZAPPA, UNA SCURE E UN PO’ DI FRUMENTO

Come ci testimonia la vita di Antonio del Deserto che visse in  Egitto dal 251 al 356, e che noi conosciamo come sant’Antonio abate, la vita del monaco che ha fatto la scelta del deserto come luogo dell’incontro con se stesso, con Dio e con il Demonio… non è fatta soltanto di solitudine, di silenzio, di preghiera e di lotta con i demoni. È fatta anche di lavoro. Non tutti sanno, forse, che la birra, benedetta birra, è proprio una invenzione dell’ora et labora dei monaci.

Ad esempio, i monaci benedettini di Norcia producono dell’ottima birra.  Sono 30.00 le bottiglie di ottima birra che ogni mese vengono prodotte e in buona parte esportate negli Stati Uniti.

Il monaco santo ha anche i calli alle mani… perché usa la zappa per dissodare il terreno e poi seminarlo. Ma anche la scure per togliere i rovi. E poi il monaco conosce i tempi della semina e del raccolto. Non si fa mantenere. Coltiva un orto. Non usa il diserbante e alle bestie selvatiche che gli danneggiano l’orto… lui parla così: «Perché mi fate del male mentre io non ve ne faccio? Andatevene e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più a questo posto».

Vi invito a leggere questo racconto che si trova nella vita di Sant’Antonio Abate scritta da sant’Atanasio.

[Antonio si ritirò nel deserto interiore]. Poi, quando i fratelli vennero a conoscenza del luogo, come figli che si ricordano del padre, provvidero a mandargli dei viveri; 5. ma Antonio, vedendo che alcuni dovevano affrontare fatiche e disagi per procurargli il pane, volle risparmiare anche questa fatica ai monaci. Rifletté e chiese ad alcuni di quelli che venivano a trovarlo di portargli una zappa, una scure e un po’ di frumento. 6. Quando gli portarono queste cose, esplorò i dintorni della montagna e, trovato un piccolo campo adatto alla coltivazione, cominciò a lavorarlo e, dato che il fiume gli forniva acqua in abbondanza per irrigarlo, cominciò a seminare.

Così fece ogni anno e in questo modo si procurò il pane, ben contento di non infastidire nessuno e di non essere di peso agli altri in nulla. 7. In seguito, vedendo che altri ancora venivano da lui, si mise a coltivare anche alcuni ortaggi perché chi veniva a trovarlo ricevesse qualche conforto dopo la fatica di quel difficile cammino. 8. All’inizio le bestie del deserto, che venivano per l’acqua, danneggiavano spesso le sue sementi e le sue colture, 9. ma Antonio prese dolcemente una di queste bestie e a tutte disse: «Perché mi fate del male mentre io non ve ne faccio? Andatevene e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più a questo posto». E da quel momento, come spaventate dal suo ordine, non si avvicinarono più.

(Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria)

5 X 1000 per IL SICOMORO ODV

  Gentilissimo/a, ti scriviamo dal  Monastero della Santa Croce a Campese , un luogo che per noi non è solo una sede, ma il cuore pulsante d...